Il Ramadan dell’odio firmato Erdogan.
Una vecchia, ma sempre purtroppo attuale barzelletta, recita di quel gruppo di amici che discutono tra loro sulle sorti dell’umanità e uno di loro esclama: “La colpa dei mali del mondo è sempre degli ebrei e dei ciclisti”. La risposta dei suoi amici nasce spontanea: “E che c’entrano i ciclisti?”. La contro risposta, in uno stile di humor tipicamente ebraico, é fulminante: “E che c’entrano gli ebrei???”. In questa storiella sono racchiusi secoli di antisemitismo vissuto e subito dal popolo ebraico in varie forme e con modalità sempre diverse di esserne vittima.
L’ultima uscita del leader turco Erdogan è nel solco di questa tradizione e fa parte di quel bagaglio di secolare odio antiebraico, in questo caso proveniente da un mondo islamico che non hai mai smesso di farlo proprio.
Augurare, alla fine del Ramadan, ad Israele l’estinzione e la distruzione, come ha fatto Erdogan e come riportato dal bravo e sempre puntuale collega Mariano Giustino nelle sue corrispondenze dalla Turchia, testimonia la violenza inaudita del rais di Ankara.
Un leader che proprio in questi giorni é contestato da milioni di turchi che scendono in piazza per chiedere giustizia e libertà, difesa dei diritti e rispetto della persona e delle idee.
Erdogan non esita a far arrestare politici rivali, come l’attuale sindaco dí Istanbul, giornalisti, avvocati e intellettuali che non si allineano alle sue idee di fanatico panislamista.
“Possa il mio Signore portare rovina e devastazione su Israele sionista”, così il bullo di Ankara ha augurato ai turchi il benessere per la festa del “seker bayrami”, la fine del Ramadan.
Parole gravi e pericolose in una retorica sprezzante che accomuna Erdogan ai satrapi ayatollah di Tehran, anche loro feroci e autoritari, che negano i più elementari diritti umani e professano la distruzione di Israele.
Del resto, nei grandi momenti di crisi uno dei leader che non esitò a individuare l’ebreo come “nemico pubblico numero uno” da abbattere fu Adolf Hitler nella Germania nazista.
É una prassi dei dittatori scegliere un obiettivo per veicolare il rancore di popoli e paesi in difficoltà economiche e strutturali ed ecco quindi spuntare la retorica antisemita.
Lo stesso Komehini nella rivoluzione islamica, con il suo ritorno in Iran nel 1979 e la deposizione dello Scià, scelse il sostegno alla causa palestinese per dare un contenuto all’involucro di una politica vuota e oscurantista che riportava le lancette dell’orologio persiano indietro di vari millenni.
Esempio ancora più recente è Hamas, che nel proprio statuto prevede la distruzione di Israele e la caccia all’ebreo come il dovere di un buon musulmano.
Di nuovo odio antiebraico gratuito, violenza verbale e fisica, propositi aberranti di menti malate come quelle di Erdogan, degli ayatollah e dei terroristi nazisti di Gaza.
Come detto dall’editorialista Maurizio Molinari, nel corso di una conversazione con il sottoscritto nella giornata di ieri a Radio Radicale, la sfida lanciata da Erdogan a Israele è una novità “pericolosa e al tempo stessa formidabile” e rischia di aprire nuovi scenari in un’area di mondo già al centro di una crisi profonda e che la rende una polveriera pronta a deflagrare con effetti devastanti.
Delle minacce del bullo ottomano ne potevamo certamente fare a meno.